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Finito l’inverno, le pareti delle case erano annerite dai caminetti e dalle stufe a legna che filtravano fumo da ogni parte poiché non tutti avevano la legna buona da bruciare: qualcuno bruciava anche i “maghecc” (quella parte che rimaneva del granoturco), altri bruciavano i “taparei” (pezzi di legna) che i più poveri spigolavano qua e là per le campagne, altri ancora le “secarole” (rami secchi delle piante che il vento rompeva o che la pianta stessa produceva) trovati sul monte Orfano.

Tutto questo combustibile, la fumana prodotta dai grossi pentoloni messi sulla stufa a bollire, la biancheria posta ad asciugare sui ganci appesi al tubo della stufa, contribuivano a sporcare i muri delle stanze.

Ma, all’avvicinarsi della Pasqua, si chiamavano i “Pitùr”.

Arrivavano al mattino presto, di buon’ora, con le biciclette stracariche, poiché allora (eravamo negli anni ’50) erano l’unico mezzo di trasporto industriale economico possibile. 

Al manubrio agganciavano le “tole” piene di calcina (la tempera non si usava ancora) e le pertiche di bambù con i pennellacci erano legati alla canna della bicicletta.

Il buon “Cico” aveva sulle spalle lo zaino militare contenente piccoli pennelli, righe, spatole, gesso in polvere e terre colorate per i colori delle stanze; la divisa color kaki, il berretto per traverso e la sigaretta in bocca. 

Giunto sul posto diceva: «Somei pronti?»

In effetti la casa era stata svuotata. Sul pavimento veniva stesa la paglia per sporcare il meno possibile.

Le donne, nel frattempo, preparavano l’alluminio lucidato (tutta la batteria da cucina) e di solito negli orti o nei prati si stendeva la biancheria: lenzuola, coperte, ecc.; tutto alla cura del sole: un metodo ecologico ed economico per sbiancare.

I bambini, in occasione della festività pasquale, avevano il compito di lucidare le catene del caminetto trascinandole per ore in strada e, quando brillavano, si guadagnavano la mancetta.

E il buon Cico giù pennellate tra una fumata e l’altra…

La cucina di solito era color giallo paglierino, la camera matrimoniale verde, la camera per i ragazzi azzurra e, per le ragazze, rosa; si usava anche disegnare i fiori alle pareti. Cico appoggiava lo stampo al muro e vi passava sopra il pennello ed il fiore restava stampato sul muro.

Per dare l’effetto tappezzeria, si usavano anche rulli con inciso un disegno.

I porticati delle case erano solitamente gialli con uno zoccolo alto di color marrone, i serramenti grigi o marroni e le porte venivano contornate di color grigio pietra.

Poiché i bagni non esistevano, una cosa molto importante, ma soprattutto igienica, era pitturare i cessi detti anche “numero cento” perché a quei tempi non esistevano lavelli, ne acqua corrente o rotoli di carta igienica: il massimo della comodità era un chiodo con appese certe carte d’emer-genza indescrivibili, per cui era davvero necessario poterli rinfrescare.

Prima di finire il lavoro, si rimontavano i tubi della stufa e si pitturavano di color argento.

Vorrei ricordarvi che a quei tempi la pulizia dei tubi delle stufe nei mesi invernali era un modo per arrotondare lo stipendio ed “i pitùr” lo facevano volentieri. Nel periodo dei morti, invece, andavano al cimitero a ridipingere le parole sulle lapidi con un pennellino nero.

Nel periodo pasquale, mentre il pesco, il biancospino e le violette cominciavano a fiorire e a diffondere il loro profumo nell’aria, si preparavano i rami di ulivo per la benedizione della domenica delle Palme: ogni famiglia ne raccoglieva un bel mazzo perché, quando c’erano i temporali violenti, era uso fare una croce per terra con dei bastoni e bruciare l’ulivo benedetto; questo rito serviva per preservare la campagna dalla tempesta e dalla devastazione. Si usava anche raccogliere le uova che le galline facevano il venerdì Santo per farle bere soprattutto ai malati. A scuola i bambini imparavano la poesia da recitare il giorno di Pasqua (di solito era: “O babbo, o mammina che c’è stamattina? Ho la gioia nel cuore perché risorto è il Signore ecc.”). 

Oggi “Cico el pitur” non c’è più, con la sua sposa starà sicuramente pitturando le pareti bianche ed azzurre del paradiso.

Gianluigi Carletto Pedrali

Trascrizione ed 

adattamento a cura di 

Emanuele Lopez