Nell’ambito delle iniziative relative al percorso “Pace o guerra” programmate da una rete di realtà associative, si è svolta lo scorso 31 gennaio la serata “Non c’è pace senza verità e riconoscimento – La parola alle vittime”. Un incontro pubblico presentato dall’associazione “Il Filo” che ha visto una grande partecipazione da parte dei cittadini. Condotto e moderato da Rolando Anni, storico degli anni di piombo, l’evento, ha visto la partecipazione di Manlio Milani e Giorgio Bazzega. Due testimoni diretti e vittime, seppur in contesti e con storie diversi, delle violenze messe in atto nel periodo storico denominato “Gli anni di piombo” (tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’80).

Elena Pellerey ha aperto la serata portando il saluto agli ospiti ed a tutti i presenti: «Queste vittime – ha detto la presidente de “Il Filo” – hanno fatto del loro dolore qualcosa di costruttivo, qualcosa di riparativo, che ricuce, che lenisce le ferite, che non dimentica, ma che trasforma ed aiuta ad evolvere e a continuare a vivere in modo diversoIl loro vissuto, il loro dolore, non si può e non si deve dimenticare ma deve servire a ricercare e trovare la verità».

Olivia Mingotti dell’associazione “Oltre lo sguardo” ha consegnato ai presenti una fotografia del momento della strage di piazza Loggia realizzata dal fotografo bresciano Silvano Cinelli. È stata poi letto uno stralcio tratto dal libro di Paola Zannoner dal titolo “Quel giorno pioveva” ove l’autrice racconta in prima persona una testimonianza del giorno in cui venne fatta esplodere la bomba a Brescia quel il 28 maggio 1974.

LE TESTIMONIANZE

Rolando Anni, storico della resistenza bresciana e dell’età contemporanea, ha introdotto le testimonianze sottolineando come, in questi interventi, si dia importanza alle persone e al loro vissuto interiore«Non è una semplice rievocazione dei fatti – ha detto – ma del vissuto personale delle vittime che hanno cercato una strada per poter tornare a vivere dopo i terribili lutti subiti. Se non si fanno i conti con i morti, la violenza, le uccisioni che ci sono stati in quegli anni, non si può avere pace».

Manlio Milani dopo la strage di Piazza della Loggia, in cui perde la vita la moglie Livia Bottardi, si dedica alla ricerca delle ragioni della strage e promuove iniziative volte a conservarne la memoria. Presidente dell’Associazione familiari dei caduti di piazza Loggia, partecipa alla nascita dell’Unione familiari delle vittime delle stragi ed è tra i fondatori della Casa della Memoria di Brescia, centro di documentazione sulla strage e sulla strategia della tensione. Nell’ottica della giustizia riparativa partecipa, con altri familiari di vittime del terrorismo, ad un gruppo di dialogo con ex appartenenti alla lotta armata.

Apre il suo intervento con alcuni quesiti: cosa rappresentano le vittime? La vittima racconta quel momento, cosa prova subendo quel fatto? Come è possibile che i presenti in piazza stavano manifestando contro la violenza in modo regolare mentre altri pensavano in un modo diametralmente opposto? 

La vittima si pone di fronte ad un bivio: quale strada prendo? Quella di restare vittima che si crogiola nel dolore, oppure cercare di far sì che la perdita che ha subito debba diventare un racconto pubblico? In quel momento convivono in lei la condizione soggettiva ma anche il senso di responsabilità collettiva. Per trovare pace è necessario ricercare le ragioni del perché quell’avvenimento sia accaduto. 

Essere vittima vuol dire non estraniarsi dalla storia. Questo implica delle responsabilità: come voglio trasmettere la mia testimonianza, solo come dolore personale o voglio dare uno stimolo all’ascoltatore di farsi carico di quell’evento per far sì che si chieda anche lui come sia possibile che ciò sia avvenuto? Questo processo implica una rilettura della storia in modo obiettivo abbandonando i soliti cliché che la consueta narrazione utilizza.

Giorgio Bazzega: il 15 dicembre 1976 perde il padre Sergio, poliziotto dell’antiterrorismo, che muoreinsieme al vicequestore Vittorio Padovani durante un’operazione di arresto di un esponente della lotta armato a Sesto San Giovanni. Cresce avendo un’ammirazione unica verso il padre e verso i valori che incarnava. Verso i tredici anni, a seguito della notizia della liberazione di Renato Curcio (ex terrorista e fondatore delle Brigate Rosse), considerato da Giorgio il vero colpevole che aveva armato la mano dell’uccisore del padre, si è sentito come tradito dallo Stato per la durata lieve della pena assegnatagli. L’odio e il senso di ingiustizia fanno crescere in lui la voglia di vendetta verso Curcio.

Si rifugia quindi nelle sostanze stupefacenti e nella violenza degli ultras, che sembrano anestetizzare il dolore, l’odio e tutte le ansie interiore. Un giorno, pensando al suicidio, grazie al cane che gli dà una testata rompendogli il naso, si guarda allo specchio e decide di voler cambiare vita e di farlo per se stesso. Si avvicina all’ “Associazione Italiana Vittime del Terrorismo” e frequenta familiari di persone rimaste uccise in noti episodi di cronaca nera.

Nonostante il percorso di confronto con gli altri, comincia a sviluppare una certa insofferenza verso l’associazione perché si rende conto che quello della vittima diventa sempre più un ruolo sociale da cui non si deve uscire. Ad un incontro tra i tanti incontra Manlio Milani dal quale rimane affascinato per la serenità che trasmetteva nel parlare della sua esperienza. Gli viene così proposto di entrare a far parte di un gruppo che si occupa di “Giustizia riparativa” organizzando incontri tra le vittime e gli ex appartenenti alla lotta armata. 

«La giustizia riparativa – spiega Giorgio – non è un perdono come lo intendiamo, non è metterci una pietra sopra, è prendersi per mano è attraversare insieme il dolore e poi uscirne insieme. La discriminante è quanto le persone siano disponibili a soffrire insieme per trovare un modo di vivere nuovo»

Da quel momento nasce in lui un sentimento di riconoscenza verso gli altri; lascia tutto per formarsi come mediatore penale sociale aprendo un centro di mediazione a Canossa in Emilia Romagna, dedicando la vita alla giustizia riparativa, portando la sua testimonianza e raggiungendo quella serenità tanto ambita.

Manlio e Giorgio sono vittime che hanno scelto di abbandonare la via del rancore e della vendetta, in un’ottica di dialogo con i responsabili dei gravi fatti di sangue che li hanno colpiti; non si rassegnano al loro ruolo ma ritornano a nuova vita come protagonisti della storia, non solo per il ricordo e per la memoria, ma come stimolatori di riflessione nei confronti di tutti: non c’è pace senza verità, ma la verità va ricercata rileggendo gli eventi della storia, non solo guardando alle vittime, ma anche ricercando quali siano stati gli elementi sociali, culturali, politici, che hanno portato al verificarsi di certi eventi.

Emanuele Lopez