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Footballization è davvero un lavoro unico e prezioso perché rappresenta “dall’interno” la situazione sociale vissuta da minoranze etniche di cui mai nessuno parla: narra la vita dei profughi siriani e palestinesi (da sempre definiti “terroristi”) nei campi profughi in Libano; uomini, donne, bambini, famiglie; senza patria, ghettizzati e discriminati in una terra in cui sono confinati per ragioni storico-politiche ormai datate, che non hanno saputo trovare una soluzione accettabile che desse loro identità e dignità sociale. 

Stefano Fogliata, nostro concittadino, ricercatore e studioso di antropologia, ha raccontato il loro dramma riuscendo ad integrarsi nella realtà dei campi grazie al gioco del calcio, passione non solo personale, ma condivisa anche dai giovani siriani e palestinesi che hanno pure un loro specifico campionato.

Il football diventa così la chiave di lettura della quotidianità vissuta da questi ragazzi e dalle loro famiglie.

A nome dell’associazione culturale “Educare Futuro”, che è stata la promotrice dell’evento, la serata si è svolta venerdì 17 maggio presso la sala Zenucchini ed è stata introdotta da Angelo Bergomi: «Questo evento è importante per due motivi: di fronte ad una realtà qualunquista esistono ancora giovani capaci di realizzare cose uniche e al di fuori del comune; in secondo luogo, qualsiasi evento culturale come quello proposto, è un seme che può far riflettere la comunità su problemi e situazioni che esistono nel nostro mondo anche se lontani». 

Hanno sostenuto l’evento le seguenti associazioni: le ACLI “Circolo di Rovato”, la Casa Famiglia “Pane e Sale”, il Tavolo della Pace, l’Auser Rovato, l’ANPI Rovato-Erbusco, la Casa del Sole, la G.S. Lodetto, ed il Cerchio delle Donne.

Il film nasce da un’idea di Stefano e viene realizzato grazie a due registi pesaresi Francesco Furiassi e Francesco Agostini con i quali sono state girate le scene in Libano nel corso di 4 anni: «L’idea – dice Stefano – era quella di dare una visione diversa di certe problematiche legate anche ai flussi migratori, raccontando alcune di queste vicende dall’interno… raccontando un modo diverso di essere rifugiati, migranti e soprattutto persone».

Essendo straniero, Stefano ha pensato di cominciare ad integrarsi in questa realtà tramite il gioco del calcio unendosi a chi si ritrovava in strada quotidianamente per giocare. Qui riesce a creare relazioni e ad essere accettato dai profughi, instaurando così rapporti di fiducia ed amicizia che, ben presto, gli consentiranno di raccontare questa realtà andando a mostrare tutti quegli aspetti reali che finora, nessuno proveniente dal-l’estero, era riuscito a cogliere. 

Raccontando la storia di tre ragazzi, Louay, Yazan e Rami, entra nelle dinamiche e nella vita di questa gente.

I tre sono amici fin dall’infanzia ed hanno sempre giocato a calcio fin da quando si trovavano nel campo palestinese di Yarmouk in Siria, da cui sono andati via a seguito dell’intensificarsi della guerra. Dopo svariate vicende personali, tutte da vedere nel film, i tre si ritrovano a giocare nella squadra dell’Al-Aqsa che è la squadra palestinese del campo di Borj-el Barajneh: qui giocano e si allenano palestinesi-libanesi, siriani, libanesi ed anche Stefano: insomma un vero e proprio insieme multietnico e multinazionale. La squadra arriverà anche a giocare la finale della Coppa Palestinese. 

Con la partecipazione di Stefano al campionato, vengono messe in evidenza anche tutte le problematiche legate al mondo del calcio in Libano: l’esistenza di una Lega ufficiale libanese nella quale vi sono squadre che consentono a pochissimi profughi di poter partecipare perché, come in ogni ambito, anche qui si viene discriminati ed il fatto di essere un profugo non consente di avere i diritti del resto della popolazione nazionale. Da qui lo sviluppo di una lega parallela e di un campionato Palestinese.

Interessante anche l’intervista al campione Jamal-al Khatib che è la leggenda vivente del calcio palestinese in Libano: la sua fama gli consentì di avere tre passaporti per poter giocare in altri paesi. Purtroppo, come detto, nel calcio non c’è posto per tutti per cui la maggior parte dei profughi deve “inventarsi” dei lavori, o delle strategie per poter trovare un lavoro, che consentano loro di vivere e dar da mangiare alle proprie famiglie.

Nel film, che presto sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche, Stefano spiega il perché del titolo.

Footballization: il titolo di questo docu-film nasce da una riflessione: il mondo occidentale vede i popoli mediorientali, i profughi, molto spesso solo da un punto di vista religioso e da qui nascono definizioni come radicalizzazione, estremizzazione, islamizzazione. In realtà vorrebbero far capire al mondo che non sono così come vengono generalisticamente definiti. Loro sono persone come tutti gli altri e, come tali, sono appassionate di calcio, hanno una loro identità sociale e culturale, vorrebbero lavorare e crescere le loro famiglie così come fanno migliaia di popoli al mondo. Purtroppo il loro status di senza patria, senza diritti, li costringe a volte a dover combattere per la sopravvivenza. Le condizioni all’interno dei campi profughi sono davvero difficili: le case sono addossate le une alle altre, gli impianti ed i servizi sono distribuiti con impianti precari che generano una rete indistricabile di tubi, condutture, fili che si mescolano insieme in un disteso groviglio. Nel campo profughi di Borj-el Barajneh, nella periferia su di Beirut, in un chilometro quadrato, vive una popolazione passata da 25.000 a 45.000 abitanti in pochi anni.

“Chi non sa come tornare a casa?”: questa seconda parte del titolo nasce da una domanda posta da un allenatore ai ragazzi della propria squadra che sono cresciuti in Siria o in altri posti e che non conoscono ancora bene le strade per raggiungere la propria abitazioni nel campo. Con l’aiuto dei ragazzini palestinesi riescono infine a ritornare a casa. Con una trasposizione di significato, Stefano fa di questa domanda il centro della riflessione del film in quanto chi è profugo, spesso, non ha più una casa o una terra dove tornare perché, pur essendovi nato, non può più recarvisi a causa della guerra o di diritti non riconosciuti. La casa ora per loro non è una patria, né una terra, ma il luogo dove abita la famiglia.

Ivano Bianchini, responsabile della biblioteca cittadina, ha condotto per i presenti una riflessione conclusiva sul tema delle migrazioni ponendo l’accento sulle motivazioni che spingono queste persone a voler venire in Europa. «In questi luoghi – dice – il calcio è uno strumento di integrazione, di riscatto, è in realtà una metafora della guerra. Questo popolo, nonostante tutte le privazioni e negazioni, mantiene ancora la speranza, la voglia di vivere». 

Il lavoro di Stefano è uno sforzo per creare un ponte, per trasmettere al mondo le emozioni, le esigenze, le necessità di un popolo che vorrebbe semplicemente avere i diritti che hanno altri: il diritto di esistere, di poter vivere e poter un avere una casa dove tornare. 

Emanuele Lopez