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Molti studiosi concordano nel sostenere che il mercante ambulante sia la prima vera professione del genere umano. Possiamo constatare che si tratti di una professione che  seguendo l’evoluzione dei tempi è ben viva ancora oggi. Nei borghi antichi non esistevano negozi e anche nei nostri piccoli paesi. Ben note sono le figure del pollivendolo, il “polatì”, chiamato “al gainener” a Manerbio che vendeva appunto galline, faraone, oche, piccioni, conigli, etc. I venditori chiamati in questo modo erano molti, tra cui Fredi “Gino Grimo”, Fredi “Burtulì” e i Pizzamiglio detti Furbì. Sono passati tanti anni ma il ricordo di Gino Grimo è ancora presente nella mia mente, specie quando veniva a riparare la sua Ape Piaggio dal meccanico Achille Cavalli in via Solferino, “la contrada dei sior”, dove io lavoravo. Mi sembra di vederlo ancora in sella con le gabbie contenenti i pennuti, avvolto d’inverno nel suo mantello “tabarro” girando i cortili del paese ripetendo la solita cantilena “Donne è arrivato al grimo con la polleria di lusso! Galline, piccioni, conigli, anatre, oche”. Gino era un appassionato giocatore di dama. Tutti i giorni, in pausa pranzo, lo trovavi al dopolavoro a prendere il caffè al suo solito tavolo e a giocare con i suoi amici. Fredi Bortolo, conosciuto con il soprannome di Burtulì, abitava in via Palestro e con cavallino e calesse, “al birocio”, girava tutte le cascine a comperare pennuti e uova e anche lui cantava la sua cantilena “fonne ghif iof de ender?”

la famiglia Pizzamiglio, conosciuta come “i polatì fubrì”, era compoista da quattro fratelli: Enrico, Giovanni, Giulio e Nando. Giovanni abitava in via Marsala e aveva tre figli, due femmine ed un maschio. Nando stava di casa in via Piave con i due figli Peppino e Maria, dei quali nessuno continuò l’attività. Enrico viveva in via Solferino con ben cinque figlie, anche lui col suo bironcio con le ceste di pennuti legate dietro als edile passava con la figlia a fianco, la quale gli dava una mano specie quando andava a fare il mercato a Brescia. Giulio abitava in via Dante con la moglie Rosa insieme a dieci figli di cui otto femmine e due maschi. 

La signora Rosa con le figlie gestiva la latteria e polleria che era molto conosciuta anche da gente dei paesi vicini perché potevi comperare i pennuti già spennati e conigli già scuoiati mentre solitamente si acquistavano vivi. 

Oltre al latte trovavi la famosa frittura di latte che a me piaceva molto.

Come mai molte cose sono sparite o passate di moda! Nella stagione fredda trovavi le brostole, grepole o ciccioli, chiamateli come volete l’importante è ricordarsi del fatto che fossero nostrani e fatti in casa. E come dice il proverbio “ogni frutto ha la sua stagione”. 

Certo che a pensare ad una fetta di polenta abbrustolita, alle grepole, ad una fetta di salame nostrano e magari anche ad un pezzetto di gorgonzola, oltre che ad un bicchiere di buon vino a me viene l’acquolina in bocca e a voi?

Ma attenzione ragazzi perché arriva il nemico numero uno: il famigerato colesterolo. E allora accontentiamoci di fare le abbuffate virtuali pensando ai bei tempi passati quando si poteva mangiare di tutto.ma anche qui voglio citare un proverbio antico ma a volte attuale “panadin ti vedo ma non o’ il soldo”.

A buon intenditor poche parole. 

Martino, conosciuto da tutti come Mertì Polatì, era sposato con Maria Rosa viveva con i due figli di cui uno continuò l’attività di ambulante. Mi sembra di vederlo ancora oggi in sella al proprio autocarro. 

Martì era un bravo ragazzo, onesto e amico di tutti. amante della compagnia, un buono, forse troppo buono. 

Aprì con la moglie la polleria in piazza Italia e fu il secondo ad abbinare anche la rosticceria per la vendita dei polli allo spiedo. Il primo fu Remo Grainer che aprì il negozio in via XX settembre e cucinava il pollo allo spiedo proprio dove oggi c’è la pasticceria Morandi.