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Nell’articolo precedente abbiamo visto, seppur in modo estremamente sintetico, come la nostra cittadina sia entrata nel dominio di Venezia.

Ritengo opportuno fornire alcune informazioni sulle istituzioni che hanno retto, per più di un millennio, la Dominante. Venezia era una repubblica aristocratica: erano escluse, quindi, dalle leve di potere le classi non nobili. L’architettura costituzionale della repubblica era molto complessa.

Ci limiteremo, pertanto, alle istituzioni più importanti: il Doge, il Maggior Consiglio, il Senato e il Consiglio dei Dieci.

Il Doge.

Detto che la Serenissima era una repubblica, dobbiamo subito aggiungere che aveva al suo apice una figura istituzionale eletta a vita: il doge (nei documenti veniva appellato Sua Serenità).

Il primo doge fu creato nel VII secolo, anche se gli storici non sono concordi sul nome, mentre l’ultimo, Ludovico Manin, fu eletto nel 1789 e fu costretto a abdicare nel 1797 da Napoleone Bonaparte.

Chi veniva eletto doge, non poteva rinunziare al dogado senza particolari permessi.

La carica era a vita, ma poteva essere deposto in particolari situazioni (è il caso di Francesco Foscari nel 1457, dimissionato, dopo un dogado di circa 35 anni, per l’età avanzata e per l’episodio del figlio Jacopo accusato di tradimento; la vicenda ispirò la tragedia in versi di Lord Byron, The two Foscari: an historical tragedy, che è alla base dell’opera verdiana I due Foscari).

Al doge vennero affiancati alcuni consiglieri (prima due, poi sei), senza la cui presenza e voto il doge nulla poteva deliberare; venivano cambiati ogni anno per “impedire ai dogi di renderseli parziali e dipendenti”. Pur essendo limitato nei suoi poteri da una serie di leggi, al doge rimase sempre possibile esercitare, nell’ambito della legge, una notevole influenza negli affari dello stato. Presiedeva tutti i consigli ed in suo nome si spedivano tutti gli atti, si proclamavano le leggi, si scrivevano le lettere pubbliche ai sovrani e governi stranieri, agli ambasciatori, ai rettori, ai generali e a tutti gli uffici.

Per evitare cordate da parte delle famiglie patrizie, l’elezione del doge avveniva tramite un sistema che “si può considerare come il più complicato di quanti siano mai esistiti” e che è riassunto dai seguenti quattro versi: “Nove di trenta e poi quaranta sono./Poi dodici, poi venti e cinque appresso,/nove, quarantacinque, undici, et messo/dai quarantuno è il sommo duce in trono”.

Il lettore tenga presente che ad ogni numero elencato in lettere nei versi corrisponde un sorteggio o una nomina (spiegare nei dettagli comporterebbe troppo spazio; il lettore curioso può richiedere, al mio indirizzo di posta elettronica, una scheda che accompagna uno studio di prossima pubblicazione: 

orbreale@gmail.com).

Il Maggior Consiglio.

Era l’organo più numeroso; anche il più importante in quanto eleggeva, tra i suoi componenti, il doge, i membri del Senato e tutte le varie magistrature del complesso assetto costituzionale della repubblica.

Al Maggior Consiglio potevano accedere i nobili che avevano compiuto i 25 anni; con qualche eccezione: il giorno di Santa Barbara, 4 dicembre, il doge sorteggiava 30 patrizi dai venti ai venticinque anni che entravano di diritto nel Maggior Consiglio (“Vegnir a la barbarela, volea dire, essere abilitato ad entrare con voto nel Maggior Consiglio prima dell’età legale dei venticinque anni compiuti”).

Altro modo per accedervi anticipatamente, era quello di donare, o prestare senza interesse, allo stato una certa somma: “hanno i nostri padri connumerati nel Consiglio tutti quelli i quali, non potendo per la età in quello entrare, hanno donato alla Repubblica certa quantità di denari, o prestatone una maggiore, la quale debbe essere restituita loro sanza alcuna utilità”.

Col tempo, il numero dei suoi membri sempre più numerosi (più di 2000), rese ardua l’attività legislativa; pertanto si delegarono “le sue competenze ad altri organi più ristretti e più adatti alla funzione di governo, e principalmente al Senato”, mantenendo comunque l’ultima parola in fatto di leggi, in quanto “le leggi più importati fino alla caduta della Repubblica vennero discusse o quanto meno riapprovate in Maggior Con-siglio”.

Il Senato o Consiglio dei Pregadi.

Il Senato era chiamato anche Pregadi “perché i dogi, nella occasione di gravi ed importanti affari, pregar soleano in que’ tempi i cittadini più assennati e sapienti a porgere la loro opinione, riservata però sempre la decisione al Maggior Consiglio”.

In seguito si decise che questa commissione fosse eletta dal Maggior Consiglio, divenendo così l’organo pulsante della repubblica.

I senatori duravano in carica un anno.

Inizialmente era composto da sessanta membri.

Gli fu poi affiancata una zonta (= aggiunta, da qui il termine italiano di giunta, l’organo comunale composto dal sindaco e dagli assessori), dapprima di venti membri, poi di quaranta e infine di sessanta, sempre elettivi.

Ad essi “si aggiunsero poi altri «ex ufficio», in virtù cioè della magistratura cui erano chiamati o che già avevano prima coperta. Il loro intervento suppliva alla necessità di avere in seno al consiglio nella discussione delle singole materie chi per esperienza propria ne era miglior conoscitore: ai magistrati o ex magistrati spettava informare gli altri senatori delle cose toccanti il loro ufficio”.

Il Consiglio dei X.

Era composto dal doge, dai suoi consiglieri e da dieci patrizi eletti dal Maggior Consiglio, tutti appartenenti a famiglie diverse. “Suprema era l’autorità di lui, la quale veniva esercitata sopra ogni specie di persone compresa quella pure del doge stesso.

Officio del Consiglio dei Dieci era di mantenere la stabilità delle leggi, l’ugua-glianza e l’unione tra i cittadini, ponendo freno specialmente all’ambizione, di sopraintendere a tutte le deliberazioni del governo, di regolare le pubbliche feste, e di giudicare finalmente di tutti i delitti di Stato”.

I dieci membri eletti, componenti veramente il Consiglio, rimanevano in carica per un anno; al loro interno si sorteggiavano ogni mese i tre Cai, o Capi, incaricati di aprire le lettere dirette al Consiglio Medesimo, e di convocarlo sia in modo ordinario, sia in modo straordinario.

Nato come commissione temporanea in occasione della congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) con lo scopo di punire i colpevoli della congiura e per garantire la pubblica tranquillità, venne più volte rinnovato fino a diventare un organo stabile della repubblica (1455).

Durante la cospirazione del doge Marin Faliero (1355), gli fu affiancata una commissione di venti senatori denominata zonta, che da provvisoria divenne anch’essa stabile.

Il potere del Consiglio e della Zonta “venne pian piano allargandosi dal campo puramente criminale e di polizia al campo amministrativo, finanziario e sopratutto a quello della politica estera”.

Il pericolo di una involuzione oligarchica dello stato, fece sì che nel 1582-83 il Maggior Consiglio si rifiutasse di eleggere la zonta, abrogando di fatto questa istituzione; vennero limitati e precisati, inoltre, i poteri del Consiglio.

Nelle immagini allegate: una ducale inedita (1442) del doge F. Foscari inviata al Podestà e al Capitano di Brescia, per una questione che riguarda Orzinuovi; particolari del sigillo del doge.