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Home arrow Orzinuovi arrow Dicembre 2008arrowIncontri con la Storia: Intervista al Cavalier Andrea Villaschi, reduce della 2° guerra mondiale
Incontri con la Storia: Intervista al Cavalier Andrea Villaschi, reduce della 2° guerra mondiale Stampa

Abbiamo incontrato l’orceano Cavalier Andrea Villaschi, classe 1921. Con fine cortesia ci ha accolti e abbiamo così varcato la soglia dei suoi ricordi.  È toccante incontrare non solo la storia di un uomo, ma poter abbracciare un uomo di storia, le cui pagine sono scandite da paragrafi pregni di venti e di eventi, e stesi con l’inchiostro di un vissuto inconfutabile, poiché ad una teoria si può controbattere con un’altra teoria, ma non è possibile confutare una vita.
Purtroppo sintetizzare in un articolo significa necessariamente omettere date, episodi, narrazioni significative. Anche per questo evitiamo ogni superfluo commento per lasciar la parola al Cavalier Villaschi.
Iniziamo con una domanda: perché ricordare date quali il venticinque aprile e il quattro novembre?
Per una ragione importantissima: perché tanti, troppi uomini sono stati costretti a lasciare le proprie famiglie per difendere la propria Patria, il proprio Paese. Queste vittime non possono essere dimenticate quasi nulla fosse accaduto. I giovani devono sapere, conoscere la verità, ciò che davvero è accaduto.
A che età lei è stato chiamato?
Avevo diciannove anni. Partii il primo gennaio del 1941 e compii i vent’anni a marzo.
Destinazione?
Distretto di Treviglio; 3° Genio a Pavia, lì feci cinque o sei mesi di Caserma. Quindi ci recammo sul confine svizzero per essere addestrati e poter così essere in grado di preparare trincee. Poi tornammo a Pavia. Lì si creò il 4° Battaglione: eravamo pronti per la Russia. Eravamo nell’aprile del 1942. Io facevo parte della seconda compagnia del Genio Artieri.
Da qui numerose “tappe”
Esatto. Prima in un’abbazia nei pressi di Cremona, quindi a Verona in attesa dei treni per l’Ucraina.
Un viaggio estenuante
Sono stati necessari diciannove giorni, da quando siam partiti a quando siamo giunti a destinazione. Era maggio del 1942 quando raggiungemmo Nova Gorlovka.
E’ vero che incontrò anche diversi orceani?
Sì, tra cui Peppino Bono, Angelo Gavazzoni, Luigi Machina, Giuseppe Curti, Renato Maffeis e Carlo Vinzioli al quale sono particolarmente riconoscente. Lui era magazziniere, e grazie alla sua misericordiosa complicità potemmo racimolare qualcosa in più per sfamarci: le porzioni erano veramente misere!
Riflettendo sulla Russia il pensiero corre al freddo…
Quante persone ho visto morire a causa del gelo! Si camminava sempre, giorno e notte, per centinaia di chilometri. A volte qualcuno era sfinito e voleva riposarsi. Facevamo di tutto per impedirglielo: sapevamo infatti che chi si fosse fermato sarebbe morto assiderato in pochissimi istanti. Non dobbiamo dimenticare che la temperatura giungeva a meno trenta gradi sotto lo zero. L’alternativa era fermarsi e diventare però in questo modo prigionieri.
L’espressione “La Valle della morte” cosa le ricorda?
Un’esperienza terribile. Una valle tra il fiume Don e il Donets. La soprannominavano anche “La piccola Stalingrado”. Fu lì che venimmo accerchiati. Stemmo venti giorni senza cibo in situazioni ai limiti della sopravvivenza; moltissimi non ce la fecero.
In guerra avrà potuto assistere a episodi macabri, lugubri, violenti. Vuole accennarne qualcuno?
Quando ero caporale maggiore e avevo raggiunto il titolo di “ottimo guastatore”; insegnavo ai miei uomini i metodi più appropriati e le tecniche per raccogliere le mine anti-uomo; queste mine erano costruite in modo artigianale: era sufficiente una minima disattenzione per farle esplodere. Ogni mina conteneva sette chilogrammi di tritolo. Disgraziatamente capitava di assistere alle deflagrazioni. Era atroce veder morire giovani!
Il rischio di morire era costante
Questo episodio ne è l’emblema. Un edificio scolastico era stato adibito a ospedale. Incontrai Luigi Machina il quale aveva portato in quel posto il suo tenente, fortemente ferito. Mi resi disponibile ad informarmi circa la possibilità di curarlo. Entrai e chiesi la disponibilità che mi fu gentilmente accordata da un cappellano militare. Prima di uscire una granata esplose proprio fuori dall’edificio. Uscii e mi resi conto che Luigi Machina e il suo tenente erano stati colpiti a morte.
Lei stesso è stato ferito?
Una volta è stata una scheggia a colpirmi, un’altra una pallottola: posso considerarmi un miracolato! Il proiettile si è fermato a pochissima distanza dal cuore.
Come si comportavano i tedeschi?
Il loro atteggiamento era altezzoso. Uccidevano donne, bambini, esponevano poi i corpi all’inizio delle contrade come moniti. Volevano mostrarsi superiori e intimorire.
Lei riusciva ad avere contatti con chi era a casa?
Sì, per fortuna. Scrivevo a mia sorella. Appresi per esempio della nascita di mia nipote. Posso sostenere che quelle lettere mi infondevano molta forza, molto coraggio e voglia di lottare, specialmente negli inevitabili momenti di sgomento. Scrivevo anche alla mia maestra, della quale ho un tenero ricordo.
Quando rincontrò suo padre?
Il ritorno fu disagevole per diverse ragioni. Il treno non arrivava, poi non partiva a causa della diversità di lunghezza dei binari. Sostammo un po’ in Polonia dove ci aspettò il lugubre spettacolo delle fosse comuni; lì ricevetti qualche cura per la mia ferita, poi ci fermammo in Jugoslavia e infine a Salso Maggiore. Lì potemmo contattare i nostri familiari. Mio padre corse subito il giorno seguente. Non mi riconobbe. Lo chiamai e gli corsi incontro abbracciandolo. Non dimenticherò mai quei momenti.
Le conclusioni sono sempre difficili. Molto ci sarebbe ancora da raccontare, me ne rendo conto. Tuttavia, in una battuta, a chi distingue tra guerre sbagliate e guerre giuste, lei cosa si sente di rispondere?
Tutte le guerre sono sbagliate. Sempre. Senza eccezioni. Ogni guerra è un’illusione: si perde sempre, comunque. In guerra si soffre e si muore. Non c’è un senso in tutto questo. La guerra è sempre una tragedia.
Congedandoci mi soffermo ancora sul suo sguardo. I suoi occhi colmano la distanza tra le locuzioni parlate e la realtà incarnata; palesano, di più: suggellano, una veridicità la cui iridescenza non può che albergare se non sul volto di un uomo.
Matteo Salvatti

Leonardo
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